martedì 17 febbraio 2009

Saltano i programmi

Purtroppo mi vedo costretta a spostare il mini ciclo di Lecce a data da destinarsi per gravi motivi familiari.

Nela frattempo, annuncio la nascita del gruppo Progetto Riabilitazione su Facebook, e la nascita del Blog di Progetto Riabilitazione, che più o meno funzionerà come questo: articoli, aggiornamenti sulle attività dell'Associazione e possibilità per terapisti, pazienti, familiari, di fare domande sulla riabilitazione (per l'età evolutiva comunque risponderò sempre qui).

non so se potrò scrivere nei prossimi giorni, comunque a presto.

lunedì 9 febbraio 2009

la settimana delle novità?

a quanto pare sta cominciando a cambiare qualcosa, questa settimana vengono tre bambini nuovi che dovrebbero cominciare terapia, di cui due sono davvero molto piccoli. questo mi fa pensare che i genitori sempre prima cominciano a rendersi conto che a) va fatto qualcosa ed è sempre possibile fare qualcosa; b) quello che viene proposto di solito potrebbe non essere l'unica possibilità; c) è importante informarsi, capire e conoscere quello che si sta affrontando.
tutto questo è davvero importante, significa che qualcosa si muove nella direzione giusta e che forse, i miei sforzi di anni nello scrivere sui vari forum ed ora qui sul blog, di far passare una cultura riabilitativa differente cominciano a dare i loro frutti. di certo non cambierò la mentalità medica e fisioterapica dominante, ma almeno nel mio piccolo, se ci riesco, voglio curarmi almeno del piccolo metro quadro che ho intorno... e piantarci dei fiori, invece che chiodi!

giovedì 5 febbraio 2009

la mamma chiede: come si valuta l'ipotono? e cosa influenza il recupero?

ciao Fabiana, ho letto con interesse le tue spiegazioni sulla spasticità, sull'ipertono e l'ipotono, quello che vorrei sapere è pero questo, esistono gradi di ipotonia? se si quali e quanti? come si fa a dire IPOTONIA GRAVISSIMA, da cosa dipende? e il recupero diverso da ogni bambino da cosa è modificato? Ciao fabiana
N. mamma di G.

Per quanto riguarda la tua prima domanda, le scale di valutazione dell'ipotono possono avere una valenza nel campo di malattie neuromuscolari come distrofia muscolare, SMA, o altre patologie degenerative dove il muscolo può venire inficiato e dove si tenta di quantificare il danno per valutare la progressione della malattia. Io non conosco queste scale (non lavorando generalmente con le patologie neuromuscolari), ma misurano la capacità o meno di compiere alcuni movimenti e/o il tempo impiegato per compierle (es. misurazione del tempo di manovra di Gowers nella DMD) assegnando un punteggio. Personalmente credo che con "ipotono gravissimo" si possa intendere un floppy infant (neonato con paralisi flaccida e postura "a rana") riscontrabile in patologie come la Werdnig-Hoffman o simili.
Nelle patologie di origine centrale come Paralisi Cerebrali infantili o sindromi genetiche NON degenerative e che non affliggono il muscolo, queste valutazioni non hanno senso, per una serie di motivi:

- l'ipotono non è un ipotono "muscolare", ma "di organizzazione". Riprendo, per spiegarti, un esempio molto semplice che sento dire a volte dal mio professore, quando spiega ai parenti dei pazienti "perchè non riesce a stare in piedi": immagina di dover fare il triplo salto mortale. tu hai gli stessi muscoli, in potenza, di un atleta circense che lo sa fare, ma se ci provi non ci riesci. non è una questione di "forza muscolare" perchè potresti allenarti coi pesi per anni e il triplo salto mortale non riusciresti a farlo lo stesso; non è solo un fatto di "allenamento" perchè potresti provarci per decine e decine di volte, ma se non sai come fare, l'unico risultato sarebbe farti male: il fatto è che cognitivamente non sei organizzato per costruire il salto mortale, perchè si tratta di qualcosa di troppo complesso.
Allo stesso modo l'ipotono delle paralisi cerebrali o delle sindromi genetiche, e financo di alcuni disturbi cerebrali minori come disprassie o disturbi del movimento in assenza di paralisi (goffagine, ecc.) non sono problemi "muscolari", ma problemi di organizzazione cognitiva. la "quantificazione" non ha molto senso in questo caso.

- nelle paralisi cerebrali o comunque nei disturbi centrali l'ipotono generalmente coesiste con l'ipertono: per dire, si può avere ipotono assiale ma che in irradiazione diventa opistotono (forte contrazione dei muscoli della regione posteriore del tronco, che si porta in iperestensione); ipotono del tronco (che ripeto, è sempre un ipotono di organizzazione ma anche di difficoltà di relazione con il mondo a qualche livello) e ipertono degli arti; ipotono allo stato "di riposo" ed irradiazione e RAAS al tentativo di movimento nello stesso distretto, ecc.
Quindi, anche a volerlo "quantificare" sarebbe veramente difficoltoso (oltre che inutile).

Riguardo la tua seconda domanda, ci si potrebbe fare una disquisizione di 10 pagine, comunque cerco di rimanere "nei binari" e provo a darti una risposta più schematica e semplice possibile, che mi viene dagli studi fatti ma anche dall'esperienza. Possiamo individuare una serie di fattori che influenzano il recupero del bambino, che INSIEME danno il recupero:
1. entità del danno: verrebbe da pensare che più la lesione è grave, minore è il recupero. in realtà, tra i fattori che influenzano il recupero, per esperienza dico che la gravità non costituisce quello più rilevante. è ovvio che in caso di lesioni vastissime non ci si può aspettare il miracolo, ma ho visto in questi anni come un buon intervento da parte di tutti quelli che si occupano del bambino (terapisti, insegnanti, famiglia, ecc.), ed un grande impegno da parte di tutti possono portare risultati insperati in pazienti in cui la risonanza non lasciava spazio a molti dubbi. in alcuni casi, dove il danno tutto sommato era apparentemente lieve, ho visto invece miglioramenti tutto sommato scarsi per tutta una serie di fattori, a volte legati ad una cattiva riabilitazione, a volte ad altri fattori extra riabilitativi.
è ovvio che bisogna sempre prendere in considerazione il punto di partenza (che in assoluto non è costituito dall'esame strumentale: in generale la risonanza dice poco rispetto alle condizioni reali del bambino) e non nascondersi dietro ad un dito: ci sono casi gravi e casi meno gravi. però in proporzione, un bambino più grave, trattato bene, migliora di più di uno lieve, trattato male.
2. plasticità neuronale e riorganizzazione spontanea: la plasticità, cioè la capacità del sistema nervoso di riorganizzarsi a seguito di una lesione, fa in modo che vi sia sempre una percentuale di recupero spontaneo a seguito di una lesione. questa percentuale è ovviamente variabile, ma in generale tutti i bambini migliorano, soprattutto nei primi anni (e di solito i terapisti tendono a prendersi tutto il merito in questo roseo periodo, anche laddove palesemente è "merito" solo del bambino).
3. tipologia di intervento riabilitativo: tutti i bambini hanno un recupero spontaneo, ma se l'intervento riabilitativo è scadente, dopo pochissimi anni (a volte anche meno!!) però si fermano (o spesso peggiorano, perchè la riorganizzazione è comunque "patologica" ed emergono condotte organizzate sulla patologia). un intervento riabilitativo che invece sia di aiuto alla riorganizzazione in una direzione positiva, che dunque guidi la riorganizzazione neuronale in un senso piuttosto che in un altro, fa effettivamente la differenza. specifico che, stabilito un numero minimo di ore non superiori alla soglia di attenzione del bambino, è la tipologia di intervento, e non la quantità a fare la differenza.
4. esperienze vissute: attenzione, perchè non è vero che "più cose fa, meglio è". è vero che i bambini apprendono dalle esperienze che vivono, ma non tutte sono adeguate. per dire, mettere in acqua un bambino che irradia molto, che si irrigidisce, i cui tentativi di muoversi in acqua strutturano movimenti patologici è sì esperienza, ma il bimbo apprende da quell'esperienza contenuti sbalgiati. io sono dell'idea che tutto vada valutato singolarmente per il paziente: a volte mi chiedono cose tipo può fare ippoterapia? a questo tipo di richieste io rispondo: se non si irrigidisce e gli piace, sì, ma chiamiamolo "andare a cavallo". se sul cavallo gli adduttori diventano dei tronchi, e le mani si chiudono a pugno per "sostenersi", direi che è meglio di no.
esperienze che a mio avviso vanno vissute dai bambini con patologia sono l'incontro con gli altri coetanei, la scolarizzazione, le relazioni con gli adulti, i momenti di gioco e svago, le attività extrascolastiche (musica, ecc.) e via dicendo. insomma, le stesse esperienze che fanno tutti i bambini.
5. atteggiamento generale delle persone che circondano il bambino: ho visto in questi anni come un atteggiamento eccessivamente sfiduciato o palesemente poco realista nei confronti delle capacità bambino o della terapia da parte della famiglia modifichi, e non di poco, il recupero.
trattare il bambino come una persona che comunque "non capisce", come un oggetto del recupero invece che come soggetto, sicuramente non porta grandi risultati, ma anche il non voler vedere le difficoltà reali non è di grande aiuto, anzi forse questo è uno degli atteggiamenti peggiori, in termini di prospettive per il recupero (e questo si verifica soprattutto nelle difficoltà cognitive, dove la modifica della richiesta cambia completamente la performance -odio questo termine- del bambino, ed il genitore a volte è tentato di trovare scorciatoie per affermare che in realtà "il bambino capisce tutto").
Anche l'atteggiamento del genitore nei confronti della terapia sicuramente influenza il recupero del bambino. per dirne una: se un bambino viene da me ed io consiglio di NON farlo camminare per il momento, ed il genitore non segue queste indicazioni, è assai probabile che il mio lavoro venga inficiato dalla restante esperienza che il bambino fa al di fuori dell'ora di terapia ed i risultati cercati tarderanno a venire. se io consiglio di non ripetere al bambino le stesse domande sempre nello stesso modo, ed i parenti fanno il contrario, difficilmente il bambino si modificherà. la terapia dura un'ora e sicuramente serve, ma nelle restanti 23 ore giornaliere il compito del genitore, se non deve essere in alcun modo quello di "fare terapia" al bambino, deve essere quello di "non andare contro la terapia". sembra strano ma a volte succede.

in generale sono molti i fattori che influenzano il recupero: il terapista deve lavorare sì sul bambino (per questo sostengo che il terapista debba ai suoi pazienti studio, fatica e impegno), ma anche sulla famiglia, per fare in modo che vengano compresi gli obiettivi e cosa bisogna fare per raggiungerli; il terapista deve mostrare al genitore questo bambino in un'ottica nuova, da "quello che non sa fare" a "come è possibile modificarlo", perchè il bimbo sia circondato sempre da persone che lo vedono in modo propositivo e che lo accompagnino nel suo personale percorso di recupero senza essere irreali o disfattisti.

al genitore spetta, a mio avviso, il compito di lavorare su se stesso per avere una visione globale (ma globale davvero) del proprio bambino, ed un atteggiamento dove ci si renda conto delle difficoltà reali senza per questo considerarle qualcosa di inaffrontabile o senza evitarle "sostituendosi" al bambino per scansare il dolore del confronto: bisogna ricordarsi che si può sempre fare qualcosa, l'importante è che quel qualcosa abbia un senso.

in sostanza è un percorso di crescita che si fa insieme, il terapista e la famiglia. a volte le due parti sono disponibili all'incontro, e qui si vedono i risultati più grandi. altre volte c'è, per un motivo o per l'altro, una reticenza da parte di una delle due parti a fidarsi dell'altra, ed i risultati sono qualitativamente più scadenti. insomma... un pò come in tutte le relazioni, a volte funziona, a volte no :)

mercoledì 4 febbraio 2009

le mie news

...e come sempre sono in bilico in più di una situazione.
sul piano lavorativo sono andata a Frosinone a parlare con un pò di persone: a quanto pare nel privato lavoro c'è, nel pubblico (attenzione attenzione) anche. la prospettiva sarebbe fare il concorso per provare ad entrare alla ASL a Ferentino o Ceccano o Frosinone, insomma una sede da quelle parti, e nel frattempo lavorare privatamente. sto aspettando che comincino i lavori per la nostra (mia e del mio compagno) casa in quel di Supino e poi penso che comincerò a portare almeno parte del mio lavoro anche lì.

in associazione sto cercando di lavorare un pò perchè il 19 Febbraio partono i gruppi di studio ed io e la mia collega gestiamo il gruppo sugli aspetti neurofenomenologici del contatto.

poi, questa devo proprio raccontarla, ho ricevuto in questi giorni una grande notizia che conferma la validità del mio lavoro, dei miei sforzi e del mio impegno: il mio bimbo con sindrome di Leigh ha guadagnato, in meno di un anno di terapia (due ore settimanali, non sei ore giornaliere), un grado di vista e, rifatti i potenziali evocati visivi a distanza di un anno, questi sono risultati migliorati. la cosa meravigliosa è che stavolta nessuno, e dico nessuno può sognarsi di dire che è stato qualche altro fattore, visto che la malattia avrebbe teoricamente decorso progressivo e che il bambino non fa nient'altro sul piano riabilitativo che Esercizio Terapeutico Conoscitivo con me.
trattandosi di malattia degenerativa, il mio prof. l'altro giorno ha commentato ironicamente: come hai fatto, lo sai solo tu. ovviamente lo sappiamo entrambi, come abbiamo fatto (visto che lui è stato ed è uno dei miei maestri, e non solo di riabilitazione), ma è sempre bellissimo vedere convalidato il proprio lavoro anche dall'esame strumentale.

a volte mi viene da pensare che dovrei cambiare lavoro, che mi risparmierei tante incazzature, travasi di bile e tante delusioni, e forse sarei più tranquilla. il mio prof dice che tanto finirei a fare qualche altro lavoro impossibile, quindi tanto vale continuare, no? :)

sabato 31 gennaio 2009

la nonna chiede: come si fa a non farla sentire diversa?

Pubblico questa domanda che era nei commenti al post sul corso sulla mano.

Mia nipote è nata con delle malformazioni alle mani cioè non ha tutte le dita delle mani e dei piedi complete. c'è qualche metodo per poter fare felice questa bambina e farla sentire come tutte le altre? Ha solo 3 anni ed Ha il faccino molto triste. all'asilo tutti gli altri compagnetti le domandano perche Ha le mani diverse da loro ma lei non riesce ancora a capire perche è troppo piccola...

Preciso che questo non è il mio campo, quindi posso solo dare qualche consiglio in linee generali che mi viene dall'esperienza acquisita con i bambini con disabilità e le loro famiglie ma non mi pronuncio su altre questioni più specifiche che non sono di mia competenza. Non so quale sia la patologia di sua nipote; se si tratta di una malformazione in assenza di altre problematiche centrali(ectrodattilia) o se le malformazioni sono secondarie ad una sindrome (es. kabuki o altre) dove vi potrebbero essere altre problematiche di tipo cognitivo e dove il discorso sarebbe più complesso, comunque assumiamo che si tratti del primo caso.
sul piano chirurgico esistono alcune soluzioni (credo vi siate informati) per la chirurgia della mano, ma da quello che so (che però non è molto, devo ammetterlo) si tratta di interventi molto lunghi e dolorosi e spesso la funzionalità non segue il risultato estetico che comunque non so quanto possa essere soddisfacente. in generale poi queste persone preferiscono tenersi le loro mani, se riescono ad usarle in maniera funzionale, "così come sono". Mi ricordo del blog o sito di una ragazza con questo problema ma purtroppo non riesco a ritrovarlo, altrimenti lo avrei postato: si trattava di una bella ragazza sui 20 anni, che diceva di adorare le sue mani perchè poteva farci le ombre cinesi a forma di elefantino per far ridere i bambini.
In generale comunque per quello che ho visto, la diversità è una problematica che comincia a diventare "del bambino" solo dopo una certa età: prima è un problema più del genitore, e se al bimbo viene data una spiegazione che possa capire, si troverà a spiegare la sua condizione con altrettanta semplicità agli altri bambini che chiedono (e lo chiedono per semplice curiosità, la percezione sociale del "diverso" viene più tardi). su questo posso consigliare di non lasciare un "alone di mistero" riguardo alla condizione della bambina, ma metterla al corrente della causa della sua diversità in una maniera semplice, per fare in modo che non abbia sensi di colpa o che senta su di sè il peso di una condizione "inspiegabile" o "indicibile". parlarne con semplicità e senza ossessioni particolari fa sicuramente bene.
per sapere esattamente cosa dire consiglierei di rivolgervi ad uno psicologo specializzato nelle problematiche dell'handicap: mi ricordo che ai compagni di una bambina con una emiparesi che avevo in trattamento, e che era appena più grande della sua nipotina, venne detto ad esempio che quando era uscita dalla pancia della mamma aveva messo male la mano e la gamba, e che quindi doveva essere un pò aiutata. questo semplicemente chiuse il discorso e gli altri bambini si ritennero soddisfatti nella loro curiosità, oltre a fare "a gara" a chi più la aiutasse. la bambina ebbe inoltre anche la "risposta" da dare a chi chiedeva della sua mano o del suo piede, e questo la tranquillizzò moltissimo nella relazione con i pari.
ho visto che i bambini più sereni, indipendentemente dalla gravità della loro disabilità, sono quelli ai quali viene "passato" il messaggio (e non solo con le parole, ma con l'atteggiamento generale delle persone che li circondano) di essere accettati così come sono. aiutati sì, ma non eccessivamente facilitati o ossessionati nella ricerca di soluzioni assurde per "nascondere" il problema: bisogna sempre far comprendere al bambino che TUTTI siamo diversi, ma che non per questo siamo soli nella nostra diversità.
Magari in adolescenza la bimba potrebbe sentire il bisogno (o potreste avvertirlo voi) di affrontare la questione relazionale con uno specialista (uno psicologo, magari), ma non è detto: in fondo tutti siamo passati per la fase non mi accetterò mai, e l'abbiamo superata: il fatto che le problematiche potessero essere non gravi non mutava di una virgola il nostro terribile vissuto dell'epoca, eppure siamo sopravvissuti. e quelli che semplicemente non ce l'hanno fatta, e sono rimasti chiusi in loro stessi, e sono diventati adulti problematici, lo sono diventati indipendentemente da quale fosse il loro problema reale. Anzi, aggiungerei: chi ha poi consolidato le proprie paure, le proprie ansie, le proprie depressioni in età adulta, generalmente non era chi aveva dei reali problemi gravi.
ci pensi: in fondo è tutto fortemente relativo, quello che cambia in realtà è solo ed esclusivamente come ci poniamo di fronte a quello che la vita ci dà, e come chi ci ama ci fa vedere il mondo: se qualcuno ci mette, a nostra insaputa, un paio di occhiali rosa sul naso, il mondo non diventa rosa, semplicemente E' rosa.
potrebbe essere utile, se la bambina più in là lo volesse (ma questo ovviamente non è detto, dovrete valutare voi e lei stessa se questa possa essere una proposta valida per lei: ogni persona è diversa), farle incontrare qualcuno con le mani come le sue: diversa ma non sola. vi segnalo questa associazione, ma credo basti fare una ricerca su google per trovarne altre.
in generale, la parola d'ordine è sicuramente semplicità: non esiste un "metodo" in queste questioni che vada bene per tutti, ma rispondere sempre alle domande senza dare l'impressione di stare affrontando qualcosa di inaffrontabile nè di bypassare le sue (sacrosantissime) richieste di spiegazioni, ed affrontare un problema alla volta faciliterà il tutto.
auguri di cuore!

La mamma chiede: perchè in terapia non viene incentivato a camminare?

Ciao, mi chiamo E. ti chiedo scusa per il disturbo, il mio piccolo ha 18 mesi, ha avuto un' ischemia cerebrale e a 7 mesi gli hanno diagnosticato la sindrome di west. Ti scrivo perchè volevo un tuo parere come fisioterapista: il mio cucciolo non cammia ancora ma si sposta con il serderino per tutta la casa e anche all' asilo appena può si alza in piedi e cerca di fare dei passetti ma si nota la sua paura. Lui fa fisioterapia 2 volte alla settimana ma non lo incentiva sul camminare e non so perchè, si preoccupano piu delle manine, dell' attenzione ecc... mi puoi dire cosa devo fare per aiutarlo? ti ringrazio a presto.


Cara E.,

intanto grazie di avermi scritto. Non mi scrivi qual'è la diagnosi del bimbo, ma suppongo che, vista la lesione cerebrale, la West sia di tipo secondario ed il bimbo abbia una paresi (tetra, emi, diparesi?), comunque quello che sto per scrivere è valido in generale, sia in presenza che in assenza di problematiche motorie, per così dire, "evidenti".

il bimbo a 18 mesi è molto piccolo, se già sta in piedi con sostegno le problematiche diciamo motorie in senso stretto (anche se non è possibile scindere il "motorio" dal "cognitivo", che sono semplicemente due facce della stessa medaglia) non devono essere gravi, e posso supporre che la deambulazione comunque, presto o tardi, dovrebbe arrivare.

in ogni caso, tieni conto che il cammino è un sistema funzionale complessissimo, in cui moltissimi sistemi (visivo, vestibolare, cinestesico, somestesico, tattile, ecc.) entrano in gioco: spostarsi non significa necessariamente prestare la dovuta attenzione alle informazioni che provengono da questi sistemi. Il cammino, per essere definito tale e non semplicemente uno spostarsi necessita di moltissimi prerequisiti, tra cui sicuramente l'attenzione ed una manipolazione adeguata: per svincolare gli arti superiori è necessario mantenere il tronco ed organizzare la base d'appoggio da seduto in maniera dinamica. E' altamente sconsigliabile spronare un bambino che non abbia i prerequisiti per il cammino (che ovviamente non sono solo quelli citati, ce ne sono molti altri), a camminare, e questo è valido in presenza di problematiche motorie palesi (e quindi ipertono, ipotono, ecc.) perchè vengono strutturati comportamenti organizzati intorno alla patologia che invece dovrebbero essere controllati, con tutte le conseguenze del caso (strutturazione di deformità, retrazioni, interventi, ecc.); ma anche in caso di problematiche più "cognitive" (anche se ripeto, i problemi motori sono problemi cognitivi, semplicemente -si fa per dire- si tratta di difficoltà di organizzazione) con ritardi a vari livelli: camminare deve essere un mezzo di conoscenza, non di "spostarsi per spostarsi", altrimenti anche lì andiamo incontro a tutta una serie di problematiche. Inoltre, semplicemente "incitare" al cammino non significa costruire un cammino corretto: il tuo bimbo con ogni probabilità non ha "paura", ha problematiche ad alcuni livelli (non mi azzardo senza vederlo ad ipotizzare quali), e spronarlo al cammino lo indurrebbe ad organizzarsi con compensi, cosa che andrebbe ovviamente evitata.

in generale, il bambino va messo in piedi quando è pronto per farlo, e a 18 mesi con la storia clinica del tuo bimbo mi sembra veramente troppo presto. mi trovi quindi d'accordo con la scelta della sua terapista (chi mi legge da un pò dirà... una volta tanto!), con ogni probabilità quando il bimbo sarà pronto... ve lo mostrerà lui, e la terapista sarà d'accordo.

lunedì 26 gennaio 2009

Associazione Culturale Progetto Riabilitazione: partono i gruppi di studio!

PER TUTTI I TERAPISTI INTERESSATI:


Con il corso “Anatomia dell’informazione” che si è tenuto presso la nostra sede il 18/19/20 Dicembre 2008, l’Associazione Culturale Progetto Riabilitazione ha iniziato un percorso di studio per approfondire alcune tematiche emerse durante il corso stesso. L’idea che si è sviluppata proponeva di analizzare l’informatività del corpo all’interno di una teoria dell’azione, cercando di capire come l’intera struttura biologica dell’uomo sia organizzata per far emergere quei concetti quali l’intenzionalità, l’aspettativa, l'immagine ed i processi emozionali. Per superare il dualismo mente-corpo è diventato necessario studiare le costituenti del corpo in un'ottica fenomenologica indagando il ruolo che i vari elementi hanno all’interno del sistema. Il percorso di studio, che è rivolto a tutti gli Associati del 2009 interessati, si organizzata attraverso la formazione di due gruppi che affronteranno separatamente due diverse tematiche:

1 – Gruppo di studio: il corpo e l'azione
Questo percorso cercherà di indagare il ruolo delle strutture legamentose e dei fusi neuromuscolari nella costruzione delle informazioni.
Il legamento: le differenziazioni delle componenti afferenziali e della loro concentrazione permettono una nuova lettura delle strutture legamentose e portano ad una interpretazione delle potenzialità informative di questi elementi. La concentrazione e la tipologia delle strutture afferenziali diventa una via per capire il ruolo dei vari legamenti all'interno del corpo e i significati che questi devono assumere durante l'azione.
I fusi neuromuscolari: la struttura fusale non è passiva, è legata all'intenzionalità del soggetto, si organizza attraverso un processo anticipatorio selezionando così il tipo d’informazione che potrà emergere. Studiare la biologia del fuso diventa un modo per interpretare la contrazione muscolare e quindi il movimento inteso come azione.

2 – Gruppo di studio: il contatto e l'emozione
In una visione neurofenomenologica l'idea di globalità implica un'analisi di aspetti cognitivi, sensoriali ed emozionali; entrare in contatto con l'ambiente attraverso il corpo implica l'emergenza di tutti questi aspetti. L'idea è quindi quella di studiare il processo emozionale già a un livello elementare nel ruolo dei meccanocettori presenti nella nostra cute. Ad es. partendo dallo studio della carezza, come espressione di un contatto emozionale si cercherà di indagarne la biologia che ne predispone l'emergenza.

Il lavoro dei gruppi sarà organizzato attraverso dei referenti che guideranno le varie fasi della ricerca, proponendo di volta in volta tematiche ed esperienze finalizzate all'acquisizione da parte dei partecipanti delle conoscenze utili per la partecipazione al lavoro. Durante gli incontri si analizzeranno insieme articoli e testi per giungere a delle riflessioni di carattere riabilitativo.
Per iscriversi in uno dei due gruppi di studio è sufficiente contattare l'Associazione tramite e-mail. Il giorno giovedì 19 febbraio si terrà un incontro introduttivo al lavoro dei gruppi. L'appuntamento è rivolto sia ai Soci che attivamente vogliono partecipare al lavoro dei gruppi, sia a quelli che intendono seguire l'evoluzione di queste esperienze di studio come uditori.
Ci auguriamo che l’adesione sia numerosa e proficua per tutti!